Storia

Le nostre terre sono abitate fin dall'età del bronzo, come testimoniano diversi ritrovamenti archeologici, che fanno risalire le prime testimonianze alle civiltà di Golaseccae della Scamozzina.
I Romani hanno lasciato diverse tracce della loro colonizzazione, avvenuta tra il I e il IV secolo, e il reticolo dei campi centuriati ancor oggi è ben visibile dall'alto Il Medio Evo vide la fondazione del regno Longobardo, con capitale Pavia, e numerosi insediamenti longobardi (detti Fare) lungo l'antica strata mercatortum, la via mercantile che collegava il Po al lago Maggiore e alle Alpi, e costeggiava la valle del Ticino. Ancor oggi le località di Coronate, Falla Vecchia (Fara Vetula), Carpenzago, Cascinazza recano tracce della loro presenza.
Fu nel basso Medio Evo e nel Rinascimento che lo scavo del Naviglio Grande, inizialmente un fossato concepito per difendere Milano dai Pavesi e dal Barbarossa, poi ampliato e prolungato fino a Milano, consentì di ampliare le terre coltivate, creando la meravigliosa rete irrigua che ancora oggi nutre la nostra terra.
La praticità capitalistica milanese non aveva bisogno di chiamare artisti e architetti famosi: diversamente dalle ville venete, la maggior parte delle nostre ville, chiese e abbazie sono opera di ignoti. Solo gli interventi che richiedevano dimostrazione di grande potere, ricchezza e cultura a beneficio dei re e imperatori ospiti del Duca, hanno visto i maggiori artisti del momento avvicendarsi nei cantieri: Bramante e Leonardo a Vigevano, l' Amodeo, i Solari, Borgognone, Bernardino Zenale e il Mantegazza alla Certosa di Pavia.
Col Rinascimento la costruzione di uno dei paesaggi più belli del mondo, studiato da agronomi e ingegneri idraulici per secoli: quello della campagna irrigua milanese. Ville, cascine, mulini, chiuse, rogge, conche e strade che innervano una campagna ubertissima: il vero giardino di Milano, alle porte della città è stato costruito in cinque secoli di lavoro indefesso dei nostri antenati.
Questa è la base materiale della cultura che ancor oggi vivifica le nostre comunità. Sobria, efficace, operosa.

RETE IRRIGUA

Le nostre campagne sono sempre state ricche delle acque che scendono dalle Alpi. Sicuramente in epoca storica, e probabilmente in epoca preistorica, le comunità dei nostri antenati avevano dovuto confrontarsi con le potenzialità e coi problemi legati a questa ricchezza d'acque.
E' probabile che l'origine dei Fontanili, delle tecniche di irrigazione a scorrimento e dei prati "a marcita" si perda nella notte dei tempi, così come è impossibile stabilire l'età di fontanili e corsi d'acqua che ancor oggi sono usati per irrigare i nostri campi. E' stato dimostrato che tali tecniche erano già in uso all'arrivo dei monaci cistercensi, che sicuramente li adottarono ed estesero.
Ma è il Rinascimento a dare grande impulso all'estensione e regolazione della rete irrigua milanese, quando le grandi famiglie della corte ducale, a partire dallo stesso Duca, investono nell'agricoltura e iniziano a bonificare le terre del "contado", introducendo nuove colture che aumenteranno la loro ricchezza e quella della città di Milano: il riso, il granturco, il gelso per l'allevamento del baco da seta. Per cinque secoli si scavano fontanili per portare l'acqua a terreni aridi, si bonificano incolti, si sostituisce la campagna coltivata alle foreste e agli acquitrini, si costruiscono nuove cascine, vere e proprie aziende capitalistiche destinate ad aumentare il capitale dei proprietari, si costruiscono mulini, folle per la lana, magli, pile da riso. E' nel Rinascimento che vengono stabilite le regole per l'uso e la misurazione della risorsa più preziosa per l'agricoltura: l'acqua, che viene misurata e concessa dal Duca ai proprietari dei terreni, dapprima come beneficio, poi come bene da pagare. Le stesse regole valgono ancor oggi e potrete farvi un'idea del complesso sistema idraulico elaborato per la sua misurazione con una visita al Mulino Mora Bassa, sul canale Moro, alle porte di Vigevano, un tempo di proprietà di Ludovico il Moro, dove potrete ammirare tutti i dispositivi di misurazione dell'acqua, e nelle cui sale potrete ammirare e provare il funzionamento di quaranta modelli funzionanti delle macchine di Leonardo. Vale una gita coi vostri bambini.
Alcuni manufatti idraulici risalgono al Rinascimento, come le rogge Cardinala di Abbiategrasso, col suo Mulino Nuovo, di proprietà della curia milanese; la Soncina, scavata per portare le acque fino ai terreni ducali di Cusago, poi ceduti insieme al Castello ai Soncino; altri sono addirittura pià antichi e la loro origine si perde nella notte dei tempi, come il cuiroso fiume Rile, che nasce da sei diverse teste di fontanile in Comune di Robecco e irriga i campi di Abbiategrasso e Ozzero, e che un tempo alimentava ben otto mulini idraulici, dei quali uno ancora attivo: il Mulino Comune di Abbiategrasso, oggi di proprietà dei fratelli Bava, antichi mugnai che usano la forza dell'acqua per muovere la macina che trasforma in farina i grani delle nostre aziende biologiche. Fateci un salto: scoprirete un luogo magico e conoscerete l'ambiente delle fiabe del Gatto con gli stivali e delle innumerevoli altre che parlano di mugnai e mulini.
A Robecco, scoprirete, percorrendo l'alzaia verso Cassinetta, qualche centinaio di metri sopo la seicentesca villa Bassana, il Mudèl, ovvero uno straordinario ripartitore idraulico ottocentesco, realizzato con enormi monoliti di granito rosa di Baveno scavati in modo da misurare la quantità d'acqua derivata dalla Roggia Soncina nel cavo Negri. Il Mulino Pietrasanta è ancor aun luogo magico, all'inizio della valle del Ticino, tra Casterno e Carpenzago.
La Roggia Soncina, che ancor oggi alimenta i campi di Cisliano, Gaggiano e Cusago, nasce dal Naviglio Grande sotto il seicentesco ponte di Pontevecchio, ai piedi della bella Villa Castiglioni, oggi sede del Parco del Ticino (dove potete trovare anche le bici da affittare). Se invece arrivate ad Abbiategrasso, potrete scendere lungo l'alzaia del Naviglio di Bereguardo, che deriva dal Grande in località Castelletto, e scoprirete la prima conca idraulica realizzata al mondo, quella specie di ascensore per imbarcazioni che ancor oggi permette alle navi di superare il Canale di Panama ed è un'invenzione milanese che entusiasmò anche Leonardo (che arrivò a Milano sessant'anni dopo la sua costruzione).
I Navigli erano vere e proprie autostrade: più comode, sicure e veloci, rispetto alle strade di tempo, collegano agevolmente la città ai propri possedimenti. Bastava un abile "comballo", come si chiamavano i conducenti dei barconi, capaci di condurre un barcone con un carico da 130 quintali di materiale scendendo al corrente, per trasportare dalle cave di marmo di Condoglia, sul Lago maggiore, o dalle cave di sabbia di Cuggiono, dalle fornaci e dalle ghiacciaie di Abbiategrasso e Gaggiano, il marmo, le sabbie, i mattoni, il grano, il latte e i formaggi prodotti nelle campagne e portati in riva al naviglio coi carri.
E bastava un cavallo per trainare a ritroso il barcone vuoto da Milano fino alle cave, ai borghi e alle stazioni di posta.
Un po' di biada, un po' di pane e vino erano sufficienti per alimentare il trasporto di merci. Per questo, lungo il navigli sorsero sia le case del Guardiano delle Acque, il magistrato creato per controllare la gestione della rete irrigua e dei trasporti, sia le stazioni di posta che, fateci caso, sorgono ogni tre chilometri per accogliere le merci e ristorare i cavallanti. Alcune sono diventate dei borghi pittoreschi, come Gaggiano e Vermezzo, altre sono diventate ristoranti, come la Bettolina e la Cascina Rosa. Solo con l'avvento delle automobili e della rete di strade asfaltate, nella seconda metà del '900, la navigazione diventerà poco competitiva (ma molto più inquinante).

Architettura

Questo sistema produttivo capitalistico "scientificamente" applicato all'agricoltura dalle famiglie milanesi – che fina dalla prima metà del Cinquecento avevano delegato il proprio potere politico prima agli Spagnoli e poi agli Austriaci, e quindi non avevano le stesse esigenze di rappresentanza della nobiltà veneziana o francese, spiega perché, a differenza di altre regioni europee, anche le numerosissime ville e palazzi dei Navigli Milanesi abbiano mantenuto i tratti della sobria efficienza del lavoro, più che dello splendore che connota le ville Venete o i castelli della Loira. Ma la logica organizzativa degli spazi è simile.

La villa, quasi sempre affacciata o comunque collegata a un imbarcadero direttamente sul Naviglio, e la cascina accanto costituiscono un complesso unico, che permettere al proprietario di essere fisicamente presente e avere costantemente sott'occhio i suoi lavoranti, mezzadri o braccianti che fossero, proprio come accade ancor oggi per la maggior parte delle piccole industrie, in cui il proprietario abita accanto al capannone.
Forse non tutti sanno che il numero di ville dei Navigli che ci hanno tramandato il Rinascimento, il Barocco e l'Ottocento è molto più alto dei ben più famosi Castelli della Loira o delle Ville Venete: solo lungo il corso del Naviglio Grande ne sorgono quasi 150! E alcune di queste sono rimaste in proprietà delle stesse famiglie da secoli.